Pink Floyd post Waters: luci ed ombre

 


La carriera dei Pink Floyd senza Roger Waters—ovvero il periodo che va dal 1985 in poi, guidato da David Gilmour insieme a Nick Mason e (successivamente reintegrato) Richard Wright—è uno dei capitoli più divisivi e affascinanti della storia del rock.

Dopo l'addio di Waters, che definì la band "una forza creativa esaurita", Gilmour prese le redini affrontando una dura battaglia legale per il nome. Il risultato sono stati due album in studio (A Momentary Lapse of Reason e The Division Bell), mastodontici tour mondiali e l'album d'addio strumentale The Endless River.

Se l'ultimo periodo con Waters (The Wall, The Final Cut) era diventato quasi un monologo lirico in cui la musica era al servizio del testo, i Floyd di Gilmour rimettono al centro il suono. La chitarra di David torna a respirare, regalandoci assoli monumentali (come quello di High Hopes) e atmosfere sognanti che mancavano da metà anni '70.

Il tastierista, cacciato da Waters durante le sessioni di The Wall, viene progressivamente reintegrato. Il suo tocco, le sue tastiere fluttuanti e il suo perfetto intreccio vocale con Gilmour restituiscono alla band quel tessuto connettivo psichedelico e malinconico che era il vero marchio di fabbrica del suono di album capolavori come The Dark Side of the Moon e Wish You Were Here.

I tour di Delicate Sound of Thunder (1988) e Pulse (1994) hanno ridefinito il concetto di concerto rock negli stadi. Effetti visivi all'avanguardia, laser, schermi circolari e una fedeltà sonora impressionante hanno dimostrato che i Pink Floyd potevano ancora incantare le masse, trasformando i live in veri e propri eventi generazionali.

Per molti The Division Bell (1994) è il capolavoro di questa era. Un album coeso, che parla di incomprensione e comunicazione, musicalmente sontuoso e molto più "Pink Floyd" rispetto al precedente. Per chi scrive, invece, A Momentary Leapse Of Reason è decisamente superiore: cupo, duro, suonato benissimo, con Dave che forse non ha mai avuto una voce così bella e piena, e una manciata di brani perfetti e originali, una sorta di "Floyd sound" nuovo ed inedito, che parte dal passato ma guarda ancora avanti, mentre nell'osannato disco successivo c'è una forzata aria di restaurazione.....basterebbe confrontare i brani di punta dei due dischi...: Learning To Fly si mangia qualunque concorrenza....

Roger Waters era l'anima cinica, politica e concettuale della band. Senza di lui, i testi di Gilmour e della moglie/co-autrice Polly Samson sono apparsi a tratti più deboli, generici o eccessivamente nostalgici. È venuto a mancare quel "graffio" rabbioso e provocatorio che rendeva i Floyd una band "impegnata" e non solo un irripetibile sound.

Diciamo che Waters e Gilmour si integravano benissimo, ma non hanno avuto la fortuna e la capacità d'andare d'accordo.

Se i Pink Floyd degli anni '60 e '70 erano pionieri assoluti che distruggevano le regole musicali, i Floyd post-Waters si sono seduti su una formula comoda. Hanno gestito il proprio mito in modo magistrale, ma senza rischiare quasi nulla o inventare nuovi linguaggi musicali.

I Pink Floyd senza Roger Waters sono stati una grandiosa operazione di restauro e celebrazione. Hanno perso la genialità narrativa e la tensione drammatica del loro vecchio leader, ma hanno riguadagnato la bellezza estetica del suono, la pulizia melodica e una dignità live che ha permesso a milioni di fan di vivere la magia del prisma anche dopo la fine dei giochi. 

Non era (più?) il gruppo perfetto, ma è stata una bellissima e luminosissima coda di cometa.



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