Lucio Battisti e la regola dello streaming (lettera aperta alla signora Veronese)


Quante cose negative potremmo dire sullo streaming in quanto principale, se non unico, modo attuale di fruizione della musica?

Ha qualità audio tendenzialmente bassa, si ascolta con casse bluetooth (spesso economiche e scadenti seppur rumorose), offre tutto, il che è il primo motivo, avanti ad un esercito di impreparati senza senso critico né alcuna competenza, per fruire di pochissimo, o niente.
Poi, cosa inammissibile per chi è diversamente giovane ma normalissima per i giovinastri, non vi è il culto dell'oggetto, il sublime senso della materialità. Una discoteca, così come una biblioteca, denotavano e denotano la personalità di chi ne era e ne è padrone. Cosa difficilotta per un mp3, peraltro di proprietà altrui...

Ma, pur tutto ciò premesso, è con lo streaming che  ormai la gente sente la musica. Possiamo accettarlo o accettarlo col broncio.

Lucio Battisti, nel 1986, diede alle stampe un capolavoro assoluto ed uno dei dischi più innovativi della storia: Don Giovanni. Vi faceva bello sfoggio di parole un genio, tal Pasquale Panella, che andava a sostituire (meravigliosamente, peraltro), l'oggi assai discutibile (ma allora molto bravo) Mogol.
Dopo 5 dischi e 40 brani con Panella, Battisti ci lascia, nel 1998.  Allora il massimo dello streming conosciuto era YouTube. I vari Spotify non erano neanche immaginabili.
Dunque, cara signora Veronese, Suo Marito non poteva avere un'opinione in merito, perché le opinioni le hai, semplicemente, sulle cose che esistono. E glielo dice uno che prova per  Lei un'ammirazione totale, dunque non la prenda subito male.

I giovani, cui suo Marito, signora Veronese, non credo fosse indifferente (dopo averne cresciuti musicalmente così tanti.....), oggi sentono la musica così: sempre in streaming, con le cuffie senza fili e con le casse bluetooth. Ci piace? No, e probabilmente non sarebbe piaciuto neanche a Lucio, ma è così.
Mogol e la Sony La portarono in causa ed ottennero la possibilità di trasmettere in streaming (ovviamente solo l'opera a 4 mani con Mogol).
In questo momento, su Spotify Lucio ha 2 milioni di ascoltatori mensili ed Il Mio Canto Libero ha avuto finora 66 milioni di ascolti. E le garantisco che non son tutti "matusa", anzi.

Negare agli italiani (giovani e non) lo streaming dell'opera "panelliana", significa destinarla ad un dimenticatoio certo (dove è già parzialmente immersa) e, mi consenta due passaggi forti, partecipare alla massificazione ed ignoranza collettiva e soprattutto fare un pessimo servizio alle ultime gigantesche e modernissime opere di Battisti.

A volte, cara signora Veronese, le nostre idee invecchiano con noi, portandoci, senza che ce ne accorgiamo, nell'enorme e frequentatissimo campo dell'errore.

Lucio Battisti, tra la sua opera dimenticata o la sua opera "vissuta" in streaming, non so cosa avrebbe scelto. E non lo sa neanche lei (ci si ama proprio in quanto persone diverse). 
Difficilmente riterrei un artista così autolesionista -e anche così poco innamorato di sé- da confidare nell'oblio.

Il giorno in cui quelle 40 canzoni dovessero approdare nelle piattaforme streaming sarà un giorno bello e importante per la cultura del nostro (povero) Paese. 
E sarebbe merito Suo, di un'anziana donna rispettosa, rigorosa e certamente molto intelligente, che in questa occasione si sarebbe dimostrata capace di una scelta moderna, democratica e giusta anche (e soprattutto) in quanto non del tutto condivisa.

Con immutata stima e confidando che ci pensi, le porgo i più affettuosi saluti

Lorenzo FullG Bianchi

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