Paris Milonga, splendido quarantacinquenne


 

Uscito nel maggio del 1981, Paris Milonga compie quarantacinque anni. 

È il quarto album in studio di Paolo Conte, il disco della sua definitiva consacrazione e, a mio avviso e per distacco, l'opera in cui l'equilibrio tra la densità delle atmosfere e la perfezione geometrica della composizione raggiunge lo stato di grazia assoluto.

Se i lavori precedenti avevano il sapore di un'esplorazione, qui il "teatro" contiano è perfettamente registrato, solido e visionario. Non è solo una raccolta di canzoni: è una geografia sentimentale, un ponte transatlantico teso tra i caffè di Parigi e le banchine fumose di Buenos Aires, senza muoversi da una provincia piemontese che diventa l'ombelico del mondo.

La straordinarietà di Paris Milonga risiede nella sua capacità di evocare immagini nitide e cinematografiche attraverso un'economia di note micidiale. Gli arrangiamenti, curati da Lilli Greco, abbandonano ogni ridondanza per lasciare spazio a un'essenzialità quasi fisica: il pianoforte, scuro e percussivo, detta le regole; i fiati intervengono come folate di vento in un vicolo notturno. Basso, batteria e chitarra fanno il loro mestiere di splendida cornice il cui quadro sono essenzialmente la voce e il piano, alle prese, come direbbe Rava, con le "note necessarie"...

L'album vive di un dualismo unico, diviso tra l'ironia swingante e la pura ipnosi ritmica:

Il vertice compositivo dell'album appartiene indubbiamente ad "Alle prese con una verde milonga". Qui Conte mette in scena una vera e propria sfida estetica e filosofica al segreto del ritmo sudamericano. La chitarra, il pianoforte e la voce avanzano in una progressione circolare che toglie il fiato, un labirinto sonoro memorabile che flirta con il jazz e la musica colta senza perdere l'anima popolare.
C'è poi il capolavoro minimalista di "Parigi", una delle canzoni d'amore più struggenti mai scritte, dove la città non è uno sfondo da cartolina, ma un catalizzatore di nostalgia e passioni che esplodono mentre "tutto intorno è solamente pioggia, pioggia, pioggia e Francia".
Sul versante più ritmico e jazzistico, brani come "Boogie" e la celeberrima "Via con me" (diventata poi il manifesto dell'avvocato di Asti nel mondo) ridefiniscono la forma-canzone italiana. Quello "scat" sincopato, quel gusto per il paradosso e l'eleganza un po' fané della provincia diventano un linguaggio universale.

A distanza di quasi mezzo secolo, Paris Milonga non ha perso un grammo del suo fascino originale. Se altri capitoli della discografia di Conte possono vantare singoli altrettanto iconici, nessuno possiede questa compattezza espressiva. Ogni traccia (comprese le gemme nascoste come Blue Haways o l'ironica chiusura di Pretend Pretend Pretend) contribuisce a definire un clima unico, sospeso, notturno eppure caldissimo.

È l'album in cui la malinconia non è mai rassegnazione, ma un'avventura da vivere al bancone di un bar. Per precisione di scrittura e capacità di evocare mondi interiori con pochi accordi appoggiati su un pianoforte, al momento giusto e nel posto giusto, Paris Milonga resta, oggi più che mai, il capolavoro insuperato di Paolo Conte. Una pietra miliare della musica d'autore che continua a suonare fuori dal tempo.

E per nostra fortuna in questi decenni non è arrivato un Atahualpa, o un qualche altro Dio, a dirgli di scansarsi, "che continuo io"..... 

Ha invece continuato l'Avv. Conte da Asti, regalando altri capolavori.



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