40 anni fa il capolavoro pop dei Genesis
Giugno 1986. Quarant'anni fa usciva Invisible Touch, l'album che avrebbe ridefinito i Genesis non più come i giganti del progressive che erano stati, ma come una delle più macchine da hit pop-rock del pianeta. Un disco che ancora oggi divide i puristi, ma il cui impatto culturale e commerciale è semplicemente indiscutibile.
Visto con il senno di poi, Invisible Touch è il trionfo assoluto della formula a tre (Phil Collins, Mike Rutherford e Tony Banks). Non è solo un album pop; è un saggio di art-pop dove l'efficienza radiofonica sposa una produzione tecnologica all'avanguardia per l'epoca, dominata dai sintetizzatori e dalle drum machine montate da Banks e dal suono imponente della batteria di Collins.
La scaletta è un susseguirsi impressionante di singoli che hanno monopolizzato le classifiche mondiali (ben cinque nella Top 5 americana):
Il lato Pop: La title track Invisible Touch, con quel riff di synth contagioso, apre le danze insieme all'energia trascinante di Land of Confusion (accompagnata dal memorabile e grottesco video con i pupazzi di Spitting Image) e al pop solare di Anything She Does.
L'anima Rock: Tonight, Tonight, Tonight è forse il vero fulcro dell'album: un brano cupo, ipnotico e notturno che si sviluppa su un'ossessiva base ritmica elettronica prima di esplodere, a dimostrazione che la band non aveva perso il gusto per le atmosfere tese.
Il legame con il passato: Per chi rimpiangeva i vecchi tempi, i Genesis inseriscono la suite divisa in due parti Domino (oltre 10 minuti di narrazione fantascientifica e cambi di tempo) e la strumentale The West Side, dove la chitarra di Rutherford e le tastiere di Banks tornano a dialogare con una complessità strutturale degna di nota.
Nel 1986, la figura di Phil Collins era ovunque, reduce dal successo planetario del suo solista No Jacket Required. Per molti critici dell'epoca, Invisible Touch sembrò quasi un'estensione della sua carriera solista, un'accusa parzialmente ingiusta se si ascolta l'enorme lavoro di arrangiamento tessito da Tony Banks alle tastiere, vero architetto sonoro del gruppo.
Il disco si chiude con la splendida e malinconica ballata Throwing It All Away, un perfetto esempio di come la band sapesse toccare le corde dell'emozione con pochissimi elementi, e con la sommessa In Too Deep.
Invisible Touch non è Selling England by the Pound, e non voleva esserlo. È il manifesto definitivo del pop degli anni '80: patinato, potentissimo dal punto di vista sonoro, incredibilmente orecchiabile ma suonato da tre musicisti con un background tecnico fuori dal comune. A quattro decenni di distanza, resta un ascolto obbligato per capire come il rock progressivo sia riuscito a mutare pelle e a conquistare il mondo, senza perdere del tutto la propria anima creativa.



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