Joe Sarnataro e l’Anima Blues di Napoli: Il Gioco Serio di Edoardo Bennato

 


Napoli, 1992. In un panorama musicale che sta faticosamente cercando nuove strade tra il pop d’alta classifica e le prime avvisaglie dei movimenti posse, spunta un nome "nuovo" ma dalla voce sospettosamente familiare: Joe Sarnataro.

Il disco si intitola È asciuto pazzo 'o padrone e la copertina (che vedete sopra) ritrae un uomo con cappellino e occhiali scuri, intento a suonare l'armonica con la foga di un bluesman del Mississippi trapiantato a Pozzuoli. Dietro quel nome d’arte, tuttavia, non si nasconde un esordiente, bensì il più grande "rinnegato" del rock italiano: Edoardo Bennato (il primo cantautore italiano a riempire uno stadio, nonché uno che aveva iniziato una clamorosa carriera discografica nel 1973....).

L’Invenzione del Personaggio

Perché Bennato decise di nascondersi dietro uno pseudonimo? La risposta sta nella libertà. Dopo un decennio di successi oceanici e la pressione dell’industria discografica, Edoardo sentiva il bisogno di tornare alle origini, a quel blues sporco, acustico e viscerale che lo aveva nutrito prima dei concept album su Pinocchio o Peter Pan.

Joe Sarnataro non era solo un alter ego, era una maschera della commedia dell'arte moderna. Rappresentava l'uomo qualunque, l'operaio o il disoccupato napoletano che urla la sua frustrazione contro le ingiustizie sociali, la burocrazia e il degrado urbano, ma lo fa con l’arma dell’ironia e del ritmo. 

Ed era, appunto, una prova di coraggio discografico con quasi nessun pari, se non forse nelle splendide follie panelliane di Battisti o nei mille nomi percula-discografici di Prince (....facile fare scelte coraggiose quando si è nella nicchia -quasi sempre per volontà altrui....- fatele quando il vostro nome da solo sposta milioni.......)

Il Connubio con i Blue Stuff

Il progetto non avrebbe avuto la stessa credibilità senza i Blue Stuff, storica band napoletana guidata da Mario "Blue" Insenga. La loro coesione ritmica fornì a Bennato il tappeto perfetto su cui scatenarsi. Non c’erano sintetizzatori o velleità pop: solo chitarre elettriche, contrabbasso, batteria e quell’armonica a bocca che è da sempre il marchio di fabbrica di Edoardo.

L’album è un concentrato di energia pura. E non solo: alcuni brani non sono semplici canzoni o semplici blues, ma veri e propri spaccati sociologici. Il dialetto napoletano, in questo contesto, non è una scelta folkloristica, ma una necessità espressiva: è la lingua del blues mediterraneo.

I Temi: Tra Denuncia e Irriverenza

Il titolo dell’album, È asciuto pazzo 'o padrone (Il padrone è impazzito), richiama le grida dei venditori ambulanti, ma nel contesto del 1992 acquisiva una valenza politica tagliente. Erano gli anni di Tangentopoli, della fine della Prima Repubblica, e Bennato/Sarnataro fotografava un’Italia nel caos con il sorriso amaro di chi la sa lunga e non si rassegna, con quella "imprendibilità" politica che è anch'essa marchio di fabbrica dell'Edo nazionale.

L’eredità di Sarnataro

Oggi, a distanza di oltre trent'anni, quel disco è considerato un piccolo grande capolavoro di culto. È il momento in cui Bennato ha dimostrato che, per essere davvero autentici, a volte bisogna indossare una maschera. Sarnataro gli ha permesso di essere più "Bennato" di quanto il suo nome ufficiale gli consentisse di fare in quel periodo (ricordiamo comunque che contemporaneamente uscì un disco a nome Bennato (il paese dei balocchi", tutt'altro che brutto e con l'onorevole ospitata di nientepopodimenoche Bo Diddley, nel brano "attento Joe", cortocircuitamente dedicato a Sarnataro....

Quello di Sarnataro è un album che puzza di fumo, di localaccio da birra allungata ma da gente vera, di asfalto caldo e di mare inquinato, ma che brilla per una dignità artistica immensa. Chi cerca l'anima rock e blues di Napoli non può prescindere da questo passaggio fondamentale.

Nota di colore: Durante il tour, Bennato saliva sul palco solo dopo che i Blue Stuff avevano scaldato il pubblico, presentandosi rigorosamente come Joe. Fu uno dei rari casi in cui un artista "mainstream" scelse deliberatamente di rimpicciolire la propria ombra per far parlare solo la musica.


 

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