Il Ritmo del Cuore e del Colore: Mo' Better Blues

 


Rivedere Mo' Better Blues oggi è come ritrovare una vecchia giacca di velluto nell'armadio: profuma di un’epoca precisa, è forse un po' larga di spalle, ma appena la indossi ti senti di nuovo "giusto". 

Spike Lee, nel 1990, non voleva solo raccontare il jazz; voleva dipingerlo, usando una tavolozza di colori primari saturi e caldi che oggi, nell'era del digitale ultra-definito e freddo, appaiono inevitabilmente figli del loro tempo.

Un'Estetica "Vintage" che Incanta

Sì, visivamente il film è splendidamente datato. Quei blu elettrici, quei rossi profondi e la regia virtuosistica fatta di carrellate circolari e angolazioni spinte urlano "anni Novanta" da ogni fotogramma. C'è una nostalgia pungente nel rivedere Denzel Washington (Bleek Gilliam) all'apice della sua bellezza magnetica, circondato da un'aura fumosa che il cinema di oggi ha quasi dimenticato di saper creare.

Perché è (quasi) il Migliore

Se parliamo di cinema e Jazz, la gerarchia è sacra. Mo' Better Blues siede comodamente sul trono insieme a Round Midnight di Tavernier. Se quest'ultimo vince per l'autenticità dolorosa e quasi documentaristica, il film di Spike Lee trionfa per la sua capacità di rendere il jazz sexy, vitale e moderno.

  • La Musica: La colonna sonora del Branford Marsalis Quartet (con la tromba di Terence Blanchard che "presta" la voce a un Denzel che, quantomeno, ha imparato posizioni ed espressioni perfettamente) non è un semplice accompagnamento, è il sangue che scorre nelle vene della pellicola.

  • Il Conflitto: La lotta tra l'ambizione artistica e i legami umani è raccontata con una sincerità che tocca il cuore, priva di quel cinismo contemporaneo che spesso raffredda le storie di oggi.

"Se non suoni la musica che senti dentro, non stai suonando affatto."

Approfondendo per un attimo i protagonisti delle due migliori pellicole sul jazz, la differenza tra Bleek Gilliam (Mo' Better Blues) e Dale Turner (Round Midnight) è, in un certo senso, la differenza tra il "divenire" e il "tramontare", tra l'ambizione e la resa.

Ecco i punti chiave:

1. Disciplina vs. Autodistruzione

  • Bleek Gilliam (Denzel Washington): È un atleta dello strumento. Pratica ossessivamente, è meticoloso, tiene al suo corpo e alla sua immagine. Il suo conflitto nasce dal voler controllare tutto (la band, le donne, il successo), finché la realtà non gli toglie il dono della perfezione fisica (l'infortunio alle labbra).

  • Dale Turner (Dexter Gordon): È un gigante stanco, ormai consumato dall'alcol e dalla fatica di vivere. Non ha più nulla da dimostrare tecnicamente; la sua è una lotta per la sopravvivenza quotidiana. La sua musica non è frutto di esercizio, ma l'ultimo respiro di un'anima che si sta spegnendo. Anche se il "mood" che ti lascia Dexter è tutt'altro che negativo o pessimistico: un personaggio decadente e scollinante, pienamente consapevole, ma che rimane profondamente positivo, e trasmette comunque positività....

2. L'ego vs. L'umiltà del dolore

  • Bleek è dominato dall'ego. È un leader giovane e un po' arrogante che crede che il mondo (e il jazz) debba girare intorno a lui. La sua parabola è quella di una caduta che lo porta a scoprire l'umiltà e l'amore semplice e familiare.

  • Dale è privo di ego. È quasi una figura sacrale e fragile, consapevole di essere un "sopravvissuto". E' fatalista e kafkiano. La sua connessione con la musica è puramente spirituale e malinconica; non cerca la gloria, cerca solo un momento quotidiano di pace.

3. Il rapporto con il Jazz

  • Per Bleek, il jazz è una missione di elevazione culturale e professionale. Combatte contro il pubblico che non capisce e contro i gestori dei club che lo sfruttano. È un jazzista "politico" e moderno.

  • Per Dale, il jazz è l'aria stessa. Non c'è separazione tra l'uomo e il sax tenore. Il suo è un jazz esistenziale, che esiste a prescindere dal successo o dal riconoscimento sociale. Dale ama il sassofono e il pubblico, non il successo....

In sintesi: Bleek Gilliam è un uomo che impara a vivere dopo che la musica lo abbandona; Dale Turner è un uomo che continua a vivere solo finché la musica lo tiene per mano. Se Bleek è la passione fiammeggiante, Dale è la brace ancora viva che piano piano si spegne.


In definitiva, Mo' Better Blues resta un capolavoro di stile e sentimento. Forse è un gradino appena sotto la perfezione malinconica di Round Midnight, ma possiede un'energia e una dignità estetica che ci mancano terribilmente. È il testamento di un'epoca in cui Spike Lee sapeva trasformare la musica in pura visione come forse nessun altro, capace di far ridere e commuovere

Lo definirono il Woody Allen nero...: simpatico il confronto, con qualche base realistica (a partire dalla New York che entrambi immortalano con infinito amore), ma Spike Lee è Spike Lee (come Allen è Allen, beninteso), ovvero uno degli ultimi registi con una cifra stilistica riconoscibile dopo 2 minuti di immagini (forse anche meno), qui in quella che è senz'altro una delle vette assolute della sua filmografia. 

PS: ci stavamo dimenticando di "mo' better blues" il brano, ovvero -probabilmente- l'ultimo successo jazz strumentale capace di diventare brano noto ed apprezzato anche al di fuori di appassionati ed addetti ai lavori. Uno spartiacque...: da lì in avanti (ed è il dramma che viviamo), la nicchia di qua, e la massa di là.....

risentiamolo....:



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