paesaggi sonori al cinema: La Grazia


 

Se con Il Divo Sorrentino aveva filmato il potere come una maschera grottesca e con Loro come un’orgia di decadenza, ne "La Grazia" sceglie una strada opposta: quella del rigore e della solitudine,  con la "dubbiosa austerità" del protagonista ed una netta riduzione delle figure patetico/caricaturali (certamente non lo sono il  presidente e la figlia).

Toni Servillo interpreta Mariano De Santis, un Presidente della Repubblica immaginario (ma dal vago sapore mattarelliano con una figlia da presenza scalfariana) giunto agli sgoccioli del suo mandato. Mentre la nazione attende il successore, lui deve decidere sulla concessione di due grazie che scatenano in lui un profondo dilemma etico e personale, nonché sulla firma della legge sull'eutanasia, in un continuo e perfetto gioco di pressioni psicologico/affettive con la figlia Dorotea (una bravissima Anna Ferzetti).

I punti di forza del film

  • Il ritorno di Toni Servillo: La sua prova è magistrale, direi sontuosa. Lavora sottotraccia, con una recitazione fatta di silenzi, sguardi e piccoli gesti. E' un attore perfetto e di una versatilità impressionante, di gran lunga il migliore sulla nostra piazza (ben lontana da quello che fu nel secondo Novecento);

  • Un'estetica "pulita": la regia è solenne, quasi religiosa. Le inquadrature del Quirinale e di Torino sono geometriche, algide, bellissime. Per una volta, almeno nell'estetica, si vede quasi più un'ispirazione kubrickiana che felliniana (il Fellini che follemente amiamo, ma che è già stato omaggiato dal buon Paolo in super abbondannza);

  • Il tema del Perdono: Il film si interroga se esista davvero la possibilità di "essere graziati" dal tempo e dai propri errori o meglio dalla propria mancanza di coraggio e dal proprio grigiore. È un film decisamente maturo e riflessivo (e istigator di riflessioni);

  • La lentezza: È un film da "semestre bianco", anche nel ritmo. La narrazione è rarefatta e si concede lunghi momenti di riflessione che potrebbero risultare ostici a chi cerca il ritmo serrato ed è evidentemente finito nel posto sbagliato (mi si perdoni la rima); è molto bello vedere che giganti della regia come Sorrentino o Wenders si permettano oggi di "sfidare" i tempi giocando su tempi e su letture non certo -purtroppo- di tendenza;

  • I paesaggi sonori e gli inserimenti pop: Come al solito, Sorrentino inserisce momenti elettronici (la sua passione è nota) e s'inventa la passione del Presidente per Guè (botta di genio se ce n'è una) che sarebbe bello approfondire, ma col film in sala vogliamo evitare gli spoiler...; basti sapere che anche tale apparentemente insensata passione è perfettamente funzionale ad una delle (tante) chiavi di lettura del film;

È il film della maturità. Sorrentino abbandona alcuni eccessi (comunque per noi sempre stati meravigliosi) per cercare la spiritualità laica tra i corridoi del potere. Non è un film sulla politica, ma sulla responsabilità di restare umani quando il mondo ti guarda come un simbolo. 
Molti hanno parlato di un film sulle debolezze maschili. Lo è? La risposta che troverei giusta è "anche": le figure maschili sono tutte fragili e le due femminili apparentemente coriacee e infallibili. Ma, per alcune chiavi di lettura che non vogliamo spoilerare (magari ne parleremo) non è alla fine neanche così.

Sicuramente è un film con una sorte di "lieto fine", ma pur sempre sorrentiniano. 

Certo che se pensiamo a come finiva "le conseguenze dell'amore" capiamo anzitutto il senso del tempo che scorre  e delle molte facce dell'umanità, poi percepiamo forte, e con orgoglio, l'assoluta grandezza del miglior regista italiano vivente, con imbarazzante distacco dal secondo. 

 


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