È sempre il tempo di un NON anniversario 😊

 


In realtà è nato a Giugno e nel 2026 compirà (ce lo immaginiamo a toccarsi le balle) 86 anni. Nessun anniversario, pertanto. Ma siccome qui a Interplay ne abbiamo parlato finora poco ci sembra il momento di rimediare. Sì, perché non è cosa non esserci ancora soffermati su quello che, per molti aspetti, è e resta uno dei pochissimi giganti del cantautorato italiano. E non dimentichiamo che per cantautore noi intendiamo un essere umano che scrive canzoni, vale a dire TESTO e MUSICA. Quindi restano fuori i poeti, seppur di qualità, che le musiche se le facevano o fanno scrivere da altri, e i musicisti che hanno necessità assoluta di parolieri (che brutta parola). 

E sul Francesco Guccini c'è poco da discutere. Tranne qualche caso sporadico, soprattutto nella maturità, le sue canzoni se le è scritte da solo.

La sua produzione non è copiosissima ma la qualità spesso non va di concerto con la quantità.

16 dischi in studio (tralasciamo gli ultimi due episodi da dimenticare) in più di 40 anni. 

L'esordio con Folk Beat n.1 (titolo davvero terrificante) contiene già numerosi germi del genio a venire e un paio di classici come Canzone per un'amica e Auschwitz. Il successivo, Due anni dopo, vede già l'esplodere della poesia più intima (Vedi Cara, L'albero e io) e prepara il solco al primo capolavoro, L'Isola non trovata, che mostra un artista totalmente compiuto, capace di commuovere e di esaltare.

Co Radici si arriva al primo giro di boa. Guccini diventa, a torto, simbolo dell'anarchismo, segno che nell'ottusità di certa sua fanzine più becera farà fatica a scrostarsi di dosso. Merito e colpa della Locomotiva, gli altri capolavori dell'album passano ingiustamente in secondo piano (Incontro, la title track, per citarne un paio).

Segue il controverso Stanze di Vita Quotidiana che dà il via ad una sorta di secondo ciclo....

Si tratta di un album forse pretenzioso, complesso nella poesia ma intriso di eccezionale senso di precarietà (Canzone delle Osterie di fuori porta, Canzone per Piero, La vita quotidiana).

Da questo disco nascerà la querelle con Riccardo Bertoncelli che verrà timbrato come sparacazzate nella famigerata Avvelenata del capitolo successivo, Via Paolo Fabbri 43, che raccoglie alcune delle canzoni più dannatamente belle (Canzone quasi d'amore, Il Pensionato) che Francesco abbia mai scritto. Ma tant'è che come spesso accade, il pezzo meno pregiato diviene il più acclamato.

Guccini ormai è un divo con un mare di seguaci e non può più deludere.

E Amerigo è album che non delude, anzi, supera il precedente con il brano eponimo, la mitica Eschimo, la nostalgica 100 Pennsylvania Ave e Libera non Domine che diventa un inno anticlericale.

Con il successivo Metropolis si chiude il secondo ciclo. Discontinuo e a tratti deludente mostra tuttavia in Bologna e Venezia due classici destinati a sopravvivere soprattutto nelle scalette dei live...

Il terzo ciclo, non a caso, parte con un album intitolato semplicemente Guccini. Ed è una svolta nelle sonorità e negli arrangiamenti che si fanno più raffinati. La poesia incontra più intimamente la musica. Autogrill è il manifesto di questo nuovo corso con musicisti del calibro di Vince Tempera, Ares Tavolazzi e Ellade Bandini, ad affiancare l'immortale alter ego sul palco di Francesco, Flaco Biondini.

E arriviamo alla vetta. Al capolavoro. Signora Bovary tocca il cielo. Insieme a Macramè di Fossati, qui siamo al cospetto del disco cantautorale forse più bello di sempre (ci vogliamo mettere anche Dalla del grande Lucio e Bella M'Briana di Pino Daniele? E mettiamoceli.  Non mettiamo invece Anime Salve perché è a quattro mani).

Comunque Bovary è l'opera compiuta di un formidabile genio. Gli arrangiamenti sono pari alle musiche e i testi volano sopra le nuvole. Le Piogge d'Aprile, Van Loon, Keaton, Scirocco. Mamma mia. Incommentabile.

A seguire un alto, ultimo capolavoro. 'Quello che non' prosegue il cammino di Bovary con canzoni straordinarie tra cui spiccano Canzone delle domande consuete e Ballando con una sconosciuta, scritta con Claudio Lolli.

E qui si chiude il terzo ciclo, per lasciare il posto all'ultimo in cui si assiste, pur nel livello medio-alto (in quel periodo l'Italia esprimeva Fabi, Silvestri, Consoli e altre mediocrità) ad un inevitabile declino.

Parnassius Guccinii ha ottime cose (Acque su tutte), D'amore di morte e altre sciocchezze contiene la tristissima Cirano, Stagioni, Ritratti e L'Ultima Thule mostrano un artista piuttosto esaurito che tira qualche zampata ma che non morde più. 

Poco male. Sono comunque dischi che amiamo, che hanno una  qualità  alla quale quasi tutti i cantautori delle nuove generazioni darebbero una gamba per avvicinarsi anche solo un poco.



Commenti

  1. d'accordo con la divisione a 3, perfetta, anche se degli ultimi trovo l'ultima thule più bello, leggermente, degli altri (forse è affetto). Condivido il riferimento a Dalla, anche se la trilogia com'è profondo il mare /lucio dalla / dalla per me è dello stesso immenso livello, non convengo invece su Pino: per me vai mo' e nero a metà son superiori, soprattutto a livello compositivo.....(ma è la distanza tra dieci e dieci e lode)

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