David Bowie 1967

 



Iniziamo con questo articolo la disamina, disco per disco, della produzione di Bowie in Studio, nella celebrazione dei dieci anni dal suo "ritorno a casa" 


Il debutto omonimo di David Bowie del 1967 è spesso considerato una "curiosità" storica più che un capolavoro, ma resta un tassello fondamentale per capire l'evoluzione dell'artista.

Dimentica l'alieno di Ziggy Stardust o il dandy di Station to Station: qui troviamo un giovane Bowie immerso nel Baroque Pop e nel Music Hall britannico, ancora piuttosto acerbo, ma con tutti i segnali, belli chiari, del Bowie che verrà...


I Punti Chiave dell'Album

  • Lo Stile: L'album è un mix stravagante di pop orchestrale, fiabe psichedeliche e teatro canzone. Le influenze dominanti sono Anthony Newley e il vaudeville vittoriano, apparentemente lontane dal rock che lo renderà celebre.

  • I Testi: Bowie dimostra già una spiccata dote narrativa. Brani come Uncle Arthur, Maid of Bond Street o la celebre Please Mr. Gravedigger (recitata su un tappeto di effetti sonori di pioggia e scavi) mostrano il suo interesse per i personaggi bizzarri e gli emarginati.

  • L'atmosfera: È un disco profondamente "inglese", apparentemente acerbo, pieno di fiati, xilofoni e arrangiamenti leziosi che oggi possono risultare datati o lievemente stucchevoli, ma che conservano un fascino ingenuo e fanciullesco, e come già detto, hanno belli chiari i segni di quello che verrà.

Perché ascoltarlo oggi?

È l'unico album in cui Bowie appare quasi "fuori tempo": mentre il resto del mondo nel 1967 celebrava la Summer of Love e la psichedelia acida, lui guardava al passato delle sale da musica londinesi. Nonostante non sia un album memorabile dal punto di vista musicale puro, è affascinante vedere i primi semi del suo stile e della sua "teatralità".


Il nostro giudizio: 

Un album per completisti e curiosi. Se cerchi il Bowie iconico, passa oltre; se vuoi scoprire le radici di un camaleonte prima che trovasse la sua pelle, è un ascolto imprescindibile.



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