opere divisive: Doo-Bop di Miles Davis
Doo-Bop è l'ultimo respiro in studio di Miles Davis, un disco che, fin dalla sua uscita postuma nel 1992, ha diviso fan e critica come pochi altri nella storia del jazz. È l'album in cui il "Divino" decide di confrontarsi con la strada, abbracciando l'hip-hop e il jazz-rap.
Peraltro è roba che ci par recentissima, ed il vedere che ha già 33 anni ci mette un po' di angoscia.....
Ci permettiamo una breve analisi del disco:
1. Il Contesto: Il Suono della Strada
Miles Davis ha sempre vissuto nel futuro. Negli ultimi anni della sua vita, si dice che passasse ore alla finestra del suo appartamento di New York ad ascoltare i ritmi che uscivano dalle radio delle auto in strada. Doo-Bop nasce da questo desiderio: catturare l'energia urbana degli anni '90. Per farlo, scelse come partner il produttore Easy Mo Bee.
2. La Musica: Jazz meets Hip-Hop
L'album fonde la tromba sordinata di Miles con basi ritmiche campionate e beat tipici della Golden Age del rap.
Pezzi chiave: Brani come The Doo-Bop Song e Chocolate Chip mostrano un Miles rilassato, che "gioca" con i beat.
Lavoro postumo: Miles morì prima di finire il disco. Easy Mo Bee dovette completare alcune tracce (come High Speed Chase e Fantasy) utilizzando frammenti di tromba registrati in precedenza da Davis durante le sessioni di Rubberband.
3. Perché ascoltarlo (e perché no)
PRO: È la testimonianza finale di un artista che non ha mai avuto paura di invecchiare male pur di restare contemporaneo. Se ami l'acid jazz o i suoni alla Guru's Jazzmatazz, lo troverai affascinante.
CONTRO: Per i puristi del jazz, è spesso considerato un "peccato originale". Alcuni critici lo definirono all'epoca "arredamento sonoro elegante", trovando le rime dei rapper ospiti e i beat un po' troppo rigidi rispetto alla libertà solita di Miles.
in conclusione....
Non è un capolavoro assoluto come Kind of Blue o Bitches Brew, ma è un documento storico essenziale. Rappresenta il cerchio che si chiude: Miles che torna alla musica "popolare" e urbana, dimostrando che il jazz non deve stare in un museo, ma nel traffico delle grandi città.
La domanda davvero difficile è: questo disco è portatore di novità a livello delle altre (tante) pagine voltate da Miles, o è meno innovativo di quanto potrebbe apparire?



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