JARRETT/METHENY/MEHLDAU: ULTIMA PUNTATA
JARRETT/METHENY/MEHLDAU
LA TRIMURTI DELL’ULTIMO MEZZO SECOLO
Quarta e ultima puntata. Mehldau
Chiudiamo questo contributo articolato venendo a parlare della terza vetta, il pianista americano Brad Mehldau, nato nel 1970 e attivo in qualità di bandleader fin dai primi anni ‘90.
Per sgomberare il campo dall’ipotesi che si tratti di mie fantasie dettate da una profonda emozione che la sua musica mi genera, utilizzo uno stralcio saggistico di Alin Shipton tratto dalla sua imperdibile ‘Storia del Jazz’:
Brad Mehldau […] si è specializzato nella decostruzione delle melodie usando le sue prodigiose doti alla tastiera per rielaborare standard, composizioni originali e temi presi dal rock e dal pop contemporaneo. Questo materiale non viene soltanto esplorato meticolosamente, ma molto spesso smembrato, esaminato in ogni suo aspetto e rimontato in forma completamente nuova.
Veniamo ora, come nei due articoli precedenti, a circostanziare le ragioni per cui lo riteniamo membro della nostra personalissima ‘trimurti’.
1. In primo luogo, a mio modo di vedere, c’è il compositore. Fin dagli inizi le sue creature musicali hanno brillato come poche, forse pochissime, nel mondo afroamerican. Penso al già maturo Elegiac Cycle per pianoforte solo, ad un brano come Urequited, nato per il trio e poi riproposto in solo nonché nello straordinario album con Metheny, penso alle composizioni spiazzanti di Largo e Highway Rider, ai magnifici tunes di Places, alle variazioni per piano e orchestra, ai Songs scritti per le voci di Reneé Fleming, Anne Sofie von Otter, Jan Bostridge. Mi verrebbe quasi da affermare che nessuno (a parte Mingus) nel jazz ha ‘scritto musica’ cosi bene.
2. Chi lo ha sentito dal vivo in trio o piano solo lo sa. E’ un improvvisatore formidabile, con una mano sinistra incredibile per un jazzista (forse solo Jarrett tra i grandi, sennò bisogna cercarla nei pianisti classici) e una poesia nell’invenzione melodica sempre profonda e ispirata. Mai alcuna concessione al funambolismo gratuito.
3. Come nel caso di Metheny, grande curiosità nel muoversi in svariate direzioni: piano solo, trio classico nel solco di Evans o di Jarrett (rispetto ai quali Brad rifiuta paragoni o considerazioni di epigonismo o di evoluzioni), album con formazioni allargate e orchestrali, esperienze singolari come Mehliana (sintetizzatori vintage e batteria), rielaborazioni di musica classica partendo dal dettato bachiano eseguito alla lettera e successivamente fonte di eccezionali espansioni improvvisative, cicli di musica vocale con grandi voci della lirica.
4. Ha modificato sostanzialmente le fonti degli standards jazz, inserendo le canzoni pop/rock: Nick Drake, Radiohead, Beatles, recentemente Eliott Smith, Jimi Hendricks e via dicendo.
Le sue performance in solitaria sono molto differenti da quelle di Jarrett, che afferma di partire da una specie di ‘nulla’, per esprimere spontaneamente l’ispirazione del momento. I recital di Mehldau partono sempre da una idea compositiva, un suo tune, una canzone di McCartney (‘quello bravo’ dei Beatles, e diciamolo una volta per tutte), un frammento nascosto della Missa Solemnis di Beethoven, una canzone di Leo Ferré, Estate di Bruno Martino (in un recente concerto milanese), uno standard come My Favourite Things portato nel regno degli abissi senza biglietto di ritorno.
Per un percorso di consocenza di Mehldau partirei da una sorta di discografia essenziale:
a) Piano solo: Elegiac Cycle, Live in Tockyo, Live in Marciac, Ten Years Solo, After Bach I e II, Aprés Faure, Your Mother Should Know, parte di Places.
b) Trio: i cinque volumi di The Art of the Trio (con Larry Grenadier e Jorge Rossy), Day is Done, Ode (con Larry Grenadier e Jeff Ballard).
c) Album con varie formazioni: Largo, Highway Rider su tutti.
d) Musica per voce e pianoforte: già citati album con Reneé Fleming, Anne Sofie von Otter, Jan Bostridge.
e) Album in qualità di co-leader o collaboratore: i due capolavori con Metheny, i due album con Lee Konitz, quello con Charlie Haden, il singolare disco con Chris Thiele (voce e mandolino), il recente disco di Chris Potter, le due splendide registrazioni con Wolfgang Muthenspiel.
Ce n’è d’avanzo. Ascoltate, gente, ascoltate.



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