gli unici 3 giganti a cavallo del millennio: Pat Metheny
JARRETT/METHENY/MEHLDAU
LA TRIMURTI DELL’ULTIMO MEZZO SECOLO
Terza puntata. Metheny
A nostro avviso Pat Metheny, come già detto, insieme a Jarrett e Mehldau rappresente una delle tre vette del jazz dell’ultimo mezzo secolo. E qui con le date non siamo costretti a barare un po’ perché il primo vero disco da bandleader è proprio del 1976, quel Brigt Size Life, in trio con Pastorius e Moses, con cui Metheny inaugura una stagione che dura tutt’oggi e che ha lasciato tracce profondissime.
Prima di ripercorrere le tappe più importanti vediamo intanto le ragioni che ci spingono a collocarlo così in alto nella storia della musica afroamericana.
- In primo luogo per il ruolo di autentico rivoluzionario del suo strumento, la chitarra, che nel jazz ha avuto grandissimi interpreti (Wes Montgomery, Django, Jim Hall, Philip Catherine, Larry Coryell, John Abercrombie, John Scofield, Bill Frisell, Wolfgang Muthenspiel e altri che ora colpevolmente dimentico) ma che non era mai assurta al pari di tromba, saxofoni, pianoforte a ruolo di stumento-principe. Con Metheny le cose cambiano radicalmente in quanto l’espansione operata con l’interfaccia digitale in primis e l’utilizzo molto variato di chitarre elettriche, semiacustiche, acustiche, baritonali ed estese per numero di corde fino ad arrivare alla spettacolare Pikasso Guitar costruita appositamente per lui dalla liutaia canadese Linda Manzer, ha trasformato lo strumento in una navicella spaziale capace di viaggiare in un macrocosmo che pian piano vedremo.
- Secondariamente, ma non troppo, è stato ed è un formidabile esecutore tecnico e un ispiratissimo improvvisatore, al punto che i detrattori che storcono il naso nel considerarlo un jazzista compiono semplicemente un errore sesquipedale. E’ vero che non è ‘solo’ un jazzista, così come non lo sono Ellington, Mingus, Jarrett. Mehldau, tuttavia lo è in modo prevalente, con buona pace di chi la pensa diversamente.
- Terzo punto: la sua formidabile vena compositiva lo colloca ai vertici assoluti della categoria. Ha scritto tunes di eccezionale bellezza ed efficacia, ha composto canzoni strepitose (penso solo a quelle contenute in First Circle e in Letter from Home cantate da Pedro Aznar), ha composto brani per chitarra classica suonati da esecutori ‘altri’, colonne sonore (invero non epocali) e molto altro.
- Quarto punto: la curiosità dell’esploratore che lo ha condotto verso un eclettismo inclusivo e ad una serie molto interessante di esperienze con vari artisti e formazioni, molte delle quali di valore assoluto.
- Ultimo (forse): Travels è il più bel disco di jazz-fusion apparso sul pianeta a tutt’oggi
Veniamo ora a tracciare un percorso di conoscenza per chi fosse rimasto convinto dalle righe precedenti.
Non volendo seguire un criterio cronologico, preferisco esplorare la discografia a blocchi, premettendo (a seguito di numerose esperienze personali) che vederlo in concerto è esperienza che caldeggio entusiasticamente.
- Dal 1978 al 2005 ha avuto vita il Pat Metheny Group. E qui merita una menzione molto importante il coprotagonista dell’iniziativa, il pianista-tastierista Lyle Mays, purtroppo scomparso, che ha avuto un ruolo fondamentale nel determinare il sound e le direzioni del gruppo nonché nella co-composizione di moltissimi brani. Il gruppo ha quasi sempre presentato una lineup formata dal duo Metheny-Mays, un bassista (soprattutto Steve Rodby, un batterista (Dan Gottlieb, Paul Wertico e Antonio Sanchez che si sono avvicendati nel tempo) oltre ad un numero cospicuo di collaboratori in veste di polistrumentisti, vocalist, percussionisti (ricordiamo, tra gli altri, fenomeni come Nanà Vasconcelos, Pedro Aznar, Richard Bona, Cuong Vu). Gli episodi più significativi? Il già citato doppio live Travels, gli album in studio Offramp, First Circle, We Live Here, Imaginary Day. Sorta di appendice al PMG è stato il progetto Unity, prima con la Unity Band e successivamente con Unity Group in cui il sound ha mantenuto alcune caratteristiche del PMG pur nella immensa differenza determinata dalla assenza di Mays e dalla presenza dell’incredibile Chris Potter al Sax Tenore e Clarinetto Basso. Nell’ultima edizione dello Unity Group mi fa piacere ricordare la presenza del nostro connazionale Giulio Carmassi nel ruolo di polistrumentista.
- Il Trio. Dopo il primo episodio di Bright Size Life, Metheny ha praticato con una certa regolarità e con esiti piuttosto strabilianti l’esperienza del Trio Jazz con contrabbasso e batteria. Nel 1984 ha pubblicato per ECM lo splendido Rejoicing con Charlie Haden e Billy Higgins. Nel ‘90 è la volta di un altro capitolo importante, Question and Answer, con Dave Holland e Roy Hines. Il 2000 vede nascere una formazione che girerà il mondo in tour (con Larry Grenadier e Bill Stewart) lasciando due testimonianze discografiche. Il 2008 è la volta di un altro tour con Christian McBride e Antonio Sanchez, anch’esso testimoniato da un paio di uscite in CD.
- Gli album firmati da solista. Sono numerosi e molto eterogenei. Spiccano le esperienze con chitarra acustica baritono (One Quiet Night e What’s it all About), il bellissimo Secret Story, l’eccezionale capitolo TAP, su musiche di John Zorn, il live Side Eye, in trio senza basso. In qusto gruppo di album solistici ci sono forse anche, a mio parere, le cose peggiori: l’elettrico cacofonico Zero Tolerance for Silence in cui nel primo movimento pare fare il verso a quella schifezza di Lou Reed intitolata mi sembra Metal Machine Music. E fare il verso a chi la chitarra non la sapeva suonare mi pare tristissimo. I masturbatori esperimenti con l’Orchestrion, gli ultimi inutili From this Place e Moondial, le colonne sonore per Passaggio per il Paradiso e per A Map of the World.
- Gli album come co-leader. E qui si entra in un mondo a dir poco elettrizzante. Metheny pare infatti capace di assorbire e allo stesso tempo trasmettere le cose migliori nell’esperienza con gli artisti con i quali interagisce. Anche qui gli episodi interessanti sono moltissimi. Si va dal radicale The Sign of Four con Derek Bayley, al celebre Song X con Ornette Coleman, ai due eccezionali dischi con Mehldau, all’indimenticabile album in duo con Charlie Haden Short Stories beyond Missoury Sky.
- Rimangono per importanza i tre Cd registrati con il vibrafonista e suo mentore Gary Burton. Il favoloso Like Minds con Corea, Holland e Hynes, Quartet Live il più modesto Reunion.
Nella speranza di avere incuriosito qualcuno o stimolato riflessioni, come sempre auspichiamo commenti e salutiamo in attesa dell’ultima parte della Trimurti dedicata a Mehldau.



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