Frank Zappa, un sito da non perdere


FRANK ZAPPA

TRANSLATEDZAPPA.COM

UN SITO WEB DA NON PERDERE


Questo contributo ha la finalità di segnalare a TUTTI gli appassionati di musica il sito translatedzappa.com, straordinario lavoro di raccolta e traduzione (in questo caso mutilingue, inclusa quella italiana) del corpus 'poetico/narrativo' di Frank Zappa.

Per me è stata una scoperta relativamente recente. Da molti anni incuriosito dall’universo Zappiano, ho collezionato in CD tutti gli album licenziati dall’artista, più qualche numero postumo che ho ritenuto degno di figurare nella collezione. La produzione di Zappa è piuttosto cospicua ma questo sorprende solo il pubblico del pop-rock, abituato mediamente ad un’album all’anno e ad un successivo e progressivo calo di frequenza, dovuto prevalentemente al fatto che l’artista rock è estremamente limitato in termini di potenzialità compositive e che quel che ha da dire, generalmente lo dice in tre o quattro album e poi, salvo rari casi (Frank Zappa, David Bowie, David Sylvian, Tom Waits), tende tristemente a ripetersi. Diverso è il caso del Jazz in quanto musica prevalentemente estemporanea e pertanto potenzialmente generante un numero molto alto elevato di uscite discografiche. Invece gli appassionati della musica impropriamente detta ‘classica’ sanno perfettamente che il catalogo mozartiano conta almeno 626 opere composte in circa trent’anni, che le sinfonie di Haydn sono 104, che le composizioni di Bach superano abbondantemente il migliaio e cosi via. Pertanto, se vogliamo considerare (come è ormai assodato) che Zappa era un ‘compositore’ non deve sorprendere la copiosità del materiale musicale tramandato.

Il mondo compositivo zappiano è molto complesso ed articolato. Di questo mondo, il contingente rappresentato dai testi (siano essi cantati, parlati, sbraitati o quant’altro) è cospicuo e fondamentale, seppur ancillare rispetto alla musica. La Storia rubrica Zappa in primis nell’area della musica, non in quelle della poesia, del teatro o della narrativa. Tuttavia le parole che compongono questo magma fondamentalmente ‘teatrale’ sono da non perdere. Personalmente, pur essendomi dedicato soprattutto all’ascolto di musica operistica, sinfonica, cameristica e afroamericana sono cresciuto apprezzando molto anche il mondo della canzone italiana (Fossati, Guccini, Dalla, Capossela, Testa) nel suo mescolare equilibratamente testo e musica. Ho anche avuto, a quattordici anni, il mio momento di necessaria appartenenza al branco con passioni, ad esempio, heavy metal, cantando maccheronicamente le canzoni del mondo rock angloamericano senza capire una mazza di quello che dicevano, per poi scoprire, dopo anni, che i testi di quelle canzoni erano sovente di infimo livello. Pertanto, l’idea di riascoltare i dischi di Zappa con una buona traduzione dei testi davanti ha rappresentato una tentazione molto forte.

Frank Vincent Zappa, nato a Baltimora il 21 dicembre 1940 e morto a Los Angeles il 4 dicembre 1993, è stato uno dei più importanti compositori del Novecento. Questa frase la avvallerebbero innanzitutto, senza discussione alcuna, gli amanti/studiosi/conoscitori della musica pop-rock. In questo ambito (sicuramente quello in cui Zappa è maggiormente noto) pochi dubbi sussistono sul suo primeggiare in fatto di qualità compositiva, di indefessa azione sperimentale, di perfezionismo ineguagliato nelle esibizioni live, di indiscutibile competenza nell’esecuzione alla chitarra elettrica, di vorace curiosità verso la tecnologia a supporto della musica. Potrebbero discuterla un tantino gli integralisti del jazz, o musica afro-americana che dir si voglia, in quanto i percorsi zappiani non ammiccano troppo palesemente ai pilastri fondanti del genere. Tuttavia facilissimo riconoscere le vastissime incursioni (l’elenco sarebbe lunghissimo) in brani in cui la pulsazione ritmica, il cosiddetto interplay, l’improvvisazione strumentale solistica sono assolutamente in primo piano. Senza contare le innumerevoli citazioni dotte (paradigmatico il caso di Eric Dolphy) e addirittura i titoli di un paio di album (lo straordinario live Make a Jazz Noise Here e l’interessante Jazz From Hell, interamente eseguito in solitudine al Synclavier). Non la discuterebbero invece gli appassionati della cosiddetta ‘musica classica’ (anche se qualcuno che pensa ad esempio che la storia dell’Opera termini con la morte di Giacomo Puccini potrebbe storcere un tantino il suo naso piuttosto otturato) in quanto nomi come quelli di Pierre Boulez, Kent Nagano, Zubin Mehta, Peter Rundel, Esa Pekka Salonen, o orchestre come la London Symphony, La Los Angeles Symphony, l’Ensemble Modern hanno avuto ampiamente a che fare con le sue partiture lasciandone indelebili tracce fonografiche. Senza dimenticare il singolarissimo episodio dell’album Francesco Zappa contenete trascrizioni per Synclavier di composizioni cameristiche dell’omonimo compositore vissuto nel XVIII Secolo.

Il percorso zappiano, che si snoda in un sound spesso ininterrotto da Freak Out del 1966 a Civilization Phase III del 1993, è da immaginarsi come un enorme fiume che scorre in un letto principale ma che al contempo si compone di migliaia di rivoli che viaggiano in parallelo senza discostarsi mai dal percorso principale ma capaci di tortuose divagazioni, di sorprendenti cambi climatici, di gorghi, spruzzi, accelerazioni di corrente, in grado di riempire il tempo in modo sempre inatteso. 

Qualcuno potrebbe quindi chiedersi: ma allora nella musica di Zappa trovo tutto? Ovviamente no. Alcuni colori emotivi nella sua musica sono piuttosto latitanti. L’esempio che più balza al mio orecchio è l’avarizia nel presentare temi sonori che rimandino alla ‘dolcezza’, alla ‘commozione’ che potrebbero dare meravigliosi adagi di sinfonie, struggenti ballad jazzistiche, appassionate canzoni d’amore delle quali Zappa dichiaratamente diffidava. Questi colori nella musica zappiana sono molto ben nascosti. Ci sono ma rimangono spesso nelle retrovie, negli sfondi di colore, difesi dalla straripante ironia, dall’impetuoso coté provocatorio, dalla totale libertà dei testi, sovente aggressivi, pornografici, dissacranti, iconoclasti.    

Non c’è tutto, quindi. Ma c’è tantissimo. E, sopra ogni cosa, c’è la volontà di  esplorare, si sperimentare, di unire, di  raccogliere le suggestioni provenienti dai più disparati e lontani luoghi della musica, di farsi influenzare da tutti (a partire dalle canzonette più trash e i jingles pubblicitari fino ad arrivare alle straordinarie conquiste di Charles Ives e Edgar Varése) e al contempo di non farsi influenzare da nessuno. Citando a memoria, ricordo una frase di Ruth Underwood, eccezionale percussionista che condivise con Frank una significativa frazione di percorso, la quale disse: ma che musica è questa? E’ Rock?, è Jazz?, è Classica? Nulla di tutto ciò. Molto più semplicemente: è Zappa!!

Un’altro elemento interessante da osservare è la pressoché totale indifferenziazione tra ‘studio’ e ‘live’. Vero è che alcuni album sono totalmente frutto di lavoro in studio, altri sono dichiaratamente ‘live’ mentre altri ancora assemblano un equilibratissimo mix di entrambe le scelte. D’altra parte è nota la maniacale precisione e la pretesa di assoluta preparazione all’esecuzione da parte dei musicisti coinvolti nelle performances. Nei tour il repertorio era di 80-120 brani e la ‘scaletta’ veniva comunicata con un bigliettino cinque minuti prima di salire sul palco. Pertanto la richiesta di perizia tecnica era altissima, molto vicina a quella dei professori d’orchestra (che peraltro non eseguono a memoria). Nel Jazz si sale sul palco e, prevalentemente, si improvvisa. Nel Rock c’è quasi immancabilmente una scaletta preordinata di 20-30 brani che si ripete per tutte le date del tour. I sound-check di Zappa duravano non meno di sette ore, e spesso venivano suonati brani che poi erano esclusi dal concerto! Un mondo a parte. Senza precedenti e probabilmente senza seguito. 

Per quanto riguarda i testi mi esimo totalmente dal commentarli, per due ordini di ragioni. La prima, e dominante, è che non ne sarei in grado. Troppo complesso l’universo ‘poetico e narrativo’ zappiano per consentirmi un qualsiasi tentativo di analisi che peraltro risulterebbe inesauriente e spesso assai poco calibrato. Non ho studiato a sufficienza il movimento freak e la storia coeva degli Stati Uniti per potermi permettere considerazioni sensate. Il secondo, ancillare ma eticamente ponderoso, è che aderisco a quella sorta di filosofia che considera in sostanza ‘inutile’ il commento o, peggio, la ‘spiegazione’ dei testi. In una illuminante intervista, David Sylvian, che io considero tra le più importanti figure dell’arte del periodo a cavaliere tra XX e XXI secolo (musica, poesia, fotografia, installazioni) afferma (e anche qui vado a memoria per la pigrizia di recuperare la fonte ma, credetemi, il ‘succo’ era questo) di non essere disponibile a commentare i propri testi in quanto ritiene che la poesia (sia essa per musica o ‘stand alone’) non debba essere commentata in quanto autonoma nel generare emozioni, pensieri, riflessioni e quant’altro nel singolo fruitore. Francis Bacon, a mio avviso il più straordinario pittore del Novecento, nemmeno dava i titoli ai suoi dipinti, delegando spesso i galleristi a questo compito. Non amava parlare della sua pittura. Diceva che se una tale ‘cosa’ fosse stato in grado di esprimerla a parole non avrebbe perso tempo a dipingerla. Pertanto, con questi due indiscutibili ‘aiuti’ legittimo la mia posizione. Non commenterò i testi. Sono integralmente presenti nel sito che suddivide la materia in Album Originali, Album Postumi, Beat the Boots, Racconti, Copioni, Articoli, Interviste, Poster, Utilities e altro ancora.

M.G. 










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