Gli unici tre giganti a cavallo del millennio

 



JARRETT/METHENY/MEHLDAU

LA TRIMURTI DELL’ULTIMO MEZZO SECOLO


Iniziamo a fare sul serio

TESI: in cui si tenta di argomentare le ragioni per cui riteniamo che nella storia del Jazz degli ultimi 50 anni (circa) tre figure emergano più di altre a definire i vertici, i confini e le direzioni.

PREMESSA: Le tre vette, in ordine di apparizione sul pianeta e nella musica sono Keith Jarrett, Pat Metheny e Brad Mehldau. Non volendo partire da troppo lontano cerchiamo approssimativamente di concordare sul processo di ominazione accettando che circa 2,3 milioni di anni fa l’Australopiteco si sia differenziato in Homo erectus in una regione denominata Rif Africano, generando successive linee di evoluzione che portano all’attuale Sapiens Sapiens, anche se, a guardarci bene in giro, forse il secondo Sapiens sarebbe ora di levarlo, se non, in molti frangenti, anche addirittura il primo. E’ altresì noto che noi grandi scimmie di genere Homo condividiamo con il Bonobo il 99% del DNA, nonostante molti scienziati affermino che sia fuorviante. Forse anche noi temiamo la stessa cosa ma in linea controcorrente. Pensiamo infatti che, sempre dandoci un’occhiata in giro, la percentuale dovrebbe essere più alta.

Ad ogni buon conto pare chiaro che ‘veniamo dalle scimmie’, che le scimmie vengono dall’Africa, che noi ci siamo inventati la musica e che pertanto la musica venga dall’Africa. Tutta. Non solo il Jazz e il Blues che hanno a che vedere con i più recenti fenomeni della schiavitù e delle piantagioni di cotone. Quindi pure Mozart viene dall’Africa. E probabilmente anche Al Bano.

Tutta questa simpatica premessa per affermare che le etichette non ci stanno particolarmente simpatiche ma che cercheremo obtorto collo di accettarne alcune giusto, per intenderci con tutti (Bonobo inclusi).

SVOLGIMENTO: Di libri in cui si cerca di spiegare cosa sia il Jazz (o musica afroamericana) ce n’è una marea. Una volta alle elementari, se non sapevi la lezione la maestra ti sganciava un ceffone sulle gote, quindi era meglio studiare. E alle domande bisognava rispondere senza tentennare troppo se no lo sganassone te lo beccavi lo stesso, anche se sapevi la risposta ma ti rimaneva sulla punta della lingua. Quindi, DOMANDA: Quali sono le caratteristiche peculiari della musica Jazz? Vediamo di evitare le sberle.

1) E’ un genere di musica che deve avere una quota cospicua di improvvisazione, pertanto deve sorgere in buona parte in modo estemporaneo, vale a dire senza troppa preparazione. Badate bene che per ‘preparazione’ non si intende non aver studiato musica; tutt’altro!. Per suonare il Jazz la musica devi conoscerla bene e il tuo strumento lo devi saper suonare, eccome. Quindi per ‘preparazione’ qui si intende qualcosa come ‘senza rifletterci troppo’. Due esempi:

Dave Brubeck che chiede: ‘Chet, cosa vuoi suonare?’. Chet risponde ‘boh, quello che vuoi’. Allora Brubeck dice: ‘Ok, facciamo Lullaby of Birdland. In che tonalità la vuoi suonare?’, e Chet Baker chiude: ‘tu attacca e basta’.

Io che mi trovo a parlare di musica col quotato pittore irlandese Sean Shanahan. Arriviamo a Beethoven e a Bill Evans e lui mi dice: ‘pensa, 10 minuti di musica di Beethoven, due mesi per comporla; 10 minuti di musica di Bill Evans, 10 minuti per comporla’

Non aggiungo altro.

2) Quando si suona in un numero maggiore di uno è necessario l’interplay, che sta appena al di sotto dell’improvvisazione ma proprio appena. Cosa intendiamo di preciso? Intendiamo il fenomeno dell’ascoltarsi reciprocamente e altrettanto reciprocamente influenzare l’improvvisazione dell’altro (o degli altri), suggerendo linee melodiche, ritmi, direzioni armoniche e quant’altro.

3) Sovente è presente una componente ritmica ponderosa. Questa era più una conditio sine qua non del Jazz delle origini che si connotava più come una musica di intrattenimento o addirittura da ballo. Il ritmo ha comunque tenuto banco fino i giorni nostri anche se numerose ibridazioni con la musica eurocolta e quella elettronica ne ha un tantino depotenziato la portata.

4) Moltissime altre caratteristiche riguardano la qualità dell’armonia, i tipi di strumenti usati (caso emblematico è quello dei saxofoni che sono diventati voci-chiave mentre, ad esempio, nell’orchestra classica hanno faticato ad entrare) e altro ancora, come ad esempio lo schema compositivo, soprattutto del jazz più canonico che prevede l’esposizione del tema (o del tune), lo spazio centrale improvvisativo e la ripresa del tema per chiudere. Tuttavia la triade iniziale è a nostro modo di vedere assolutamente fondante.

Ceffoni (credo) evitati.

Si diceva dei libri sul Jazz. Numerosissimi. Una discreta quantità anche in italiano. Almeno tre importanti ‘Storie’. Quella di Arrigo Polillo (Mondadori), che si ferma più o meno agli anni 60’ e che quindi i tre nostri eroi non li ha proprio contemplati, e quelle più recenti di Ted Gioia (EDT) e Alin Shipton (Einaudi).

Pur trattando la materia con approcci epistemologici differenti, tutte concordano nel suddividere il tempo in Jazz delle origini, Swing Era, Bebop e inizio del Jazz moderno, Superamento del Bebop (Hard Bop, Cool, West Coast), New Thing e Free, Svolta elettrica e Fusion, Avanguardie e altre ibridazioni. 

In questo nostro contributo desideriamo concentrarci sull’ultimo mezzo secolo, vale a dire sul periodo a cavaliere tra la fine del secondo e del terzo millennio. A spanne 1975 – 2025. Diciamo a spanne perché nel futuro non ci possiamo andare (giacché il nostro caro amico Salvatore Gulisano alias Mago Gabriel sventuratamente non è più tra noi e non possiamo pertanto contare sulle sue facoltà vaticinatorie e chiaroveggenti) ma rosicchiare una fettina di passato ci è invece concesso. Pertanto ci permettiamo di partire, con Jarrett, poco prima del ‘75. 

La fine degli anni ‘60 è segnata dalla svolta elettrica di Miles. Se qualcuno pensa che in quel periodo ci sia stato per il Jazz qualche fenomeno più rilevante, molto semplicemente si sbaglia. Charles Mingus (il più straordinario compositore di musica afroamericana) era silente dal 1964 (per il tracollo psicologico provocato dalla improvvisa tragica morte di Eric Dolphy) e sarebbe ricomparso nel ‘71 con le registrazioni parigine per poi avviarsi all’ultimo straziante periodo segnato dalla SLA e dalla morte prematura). Miles, invece, come al solito, aveva voglia di cambiare e dettava l’agenda della Storia. Pertanto mise in piedi quello straordinario gruppo di musicisti (conservando Shorter e Hancock dal precedente quintetto) ed esplose con quella serie di registrazioni che hanno in Bitches Brew lo straordinario vertice. In alcuni album di quel periodo militava nella banda un giovanissimo pianista di Allentown. Un tipo che avrebbe rivoluzionato il piano Jazz che risponde al nome di Keith Jarrett, nato nel 1945, 80 anni fa tondi tondi. Come è noto, un paio di ictus nel 2016 hanno chiuso la sua carriera di performer appena a valle delle ultime sei esibizioni per piano solo, quattro delle quali sono già state fonograficamente documentate da Manfred Eicher e dalla sua ECM.

Nel frattempo il Free colemaniano era giunto ad un punto di non ritorno e tendeva a ripetersi, lasciando a mio modo di vedere a The Art Ensemble of Chicago il compito di produrre le cose migliori in quell’area. Francamente mi sono sempre considerato a fianco delle avanguardie e dei tentativi intelligenti di allargare i confini dell’esperienza di ascolto musicale sia nell’ambito della ‘Classica’ che del Jazz e nel contempo ho sempre preso le distanze da orge cacofoniche disoneste di varia estrazione.

In qualche modo, quindi, in quel periodo nasceva la Fusion. Oggi è un termine che i giovani temo associno per lo più ai ristoranti giapponesi che propongono anche piatti cinesi o thai. Ma tant’è, e lo dobbiamo accettare.

In quest’area Jazz-Rock imperversarono per un po’ i Weather Report di Zawinul e Shorter (entrambi gemme del gruppo di Miles), che produssero alcuni ottimi lavori culminati nel doppio live 8:30. Sono abbastanza stagionato da poter affermare di averli visti performare live e fu una bella esperienza. Tuttavia, a volerli ridimensionare un tantino mi sento di dire che gli ingredienti con cui cucinavano i loro piatti forti erano già nel frigo di Bitches Brew ed erano solo da scongelare. In secondo luogo ebbero la bravura e la ventura di tirare fuori dal cilindro nientemeno che Jaco Pastorius, senza dubbio il più grande basso elettrico della storia, il quale, oltre a rivoluzionare lo strumento, diede al gruppo quel sapore irripetibile che ancora oggi incanta e sorprende.

Proprio le vicende di Pastorious mi danno il la per introdurre il secondo elemento della Trimurti. Due gli episodi: il tour di Joni Mitchell (molto più di una cantautrice) Shadows and Lights, nella cui lineup oltre a Pastorius militava un giovane chitarrista del ‘54 che di nome faceva Patrick e di cognome Metheny. Questi due signori produssero anche un album, in realtà non epocale, che precedette di poco l’esordio ufficiale di Metheny come bandleader (guardacaso anche lui con la ECM di Eicher), quell’eccellente Bright Size Life con Jaco al basso e Bob Moses alla batteria.

Metheny, ancor più di Pastorius, rivoluzionò il concetto di chitarra ed espresse eccelse doti di performer, compositore ed eclettico innovatore.

Nel 1970, sedici anni dopo la nascita di Metheny, in Florida vedeva la luce Bradford Mehldau, detto Brad, anche lui con una M all’inzio e una H in mezzo al cognome? Sicuramente un caso, anche se potrebbero esserci schiere di boccaloni e impostori che potrebbero vederci lo zampino del karma o di altre cazzate simili.

Non credo che Mehldau abbia rivoluzionato il pianoforte al pari di Jarrett o di ciò che ha fatto Pat con la chitarra. Tuttavia è a mio parere il nostro terzo uomo. Colui che ha probabilmente operato il più alto sincretismo (non religioso, gli dei me ne scampino) nella musica dei nostri giorni. Affermazione pomposa? Quando arriveremo a parlarne vedrete che non mi allontano di molto da una specie di verità.

Fine della prima puntata. Nella seconda partiremo da Jarrett.   







Commenti

  1. Ok, letto. Vista la vastità degli argomenti presi in considerazione e anche il fatto che è solo la prima parte, mi limito a qualche considerazione sparsa:
    1) Ottimi suggerimenti bibliografici (il volume di Ted Gioia è fondamentale). Ne aggiungo uno io: "Intorno al Jazz: dall'etnologia alla popular music" di Luca Cerchiari. Un saggio approfondito e coltissimo scritto da un eccellente musicologo, che ha scritto anche un bel volume su Miles letto secoli fa (ero ancora al liceo, pensate un po').
    2) Concordo su tutta la linea riguardo il giudizio su Mingus.
    3) Questione Weather Report: sono stati il trampolino per passare dal rock al jazz per moltissimi ascoltatori e quindi non gli si può volere male. Comunque, al netto di dischi belli e importanti, ammetto che non mi va di riascoltarli spesso ultimamente. E poi, diciamolo, la carriera e la discografia soliste di Shorter sono assai più interessanti.

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    1. Grazie per la sottolineatura mingusiana. Mi fa piacere che qualcuno condivida la mia idea che lo colloca ai vertici della composizione novecentesca. Credo che le partiture di Epitaph e Let children dovrebbero risuonare nelle grandi sale da concerto nelle mani di grandi direttori.
      Ai Weather voglio bene. Quando li ho sentiti a Milano 40 anni fa ero emozionato come la prima volta in cui ho messo piede nella Festspielhaus di Bayreuth

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    2. convengo sulla "strana sensazione" sui WR....: innegabile l'importanza del gruppo e le carature dei singoli, ma di fatto non li ascolto mai (pur avendo, in vari formati, la discografia completa). E qui siamo all'unisono. Su Mingus innegabile l'importanza, ma mi dà l'effetto che definisco la mia "sindrome radiohead": bravissimi, mi piacciono, innegabilissima l'importanza, ma mi manca quel quid perché sia amore totale. Non so perché e probabilmente è una questione esclusivamente soggettiva. Diciamo che se mi obbligassero a dare patenti di classicità novecentesca, al primo metterei davanti un Duca, ai secondi un altro Duca.

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    3. ci sarebbe da dibattere su Metheny, anche. Ma in chiave piacevolmente confermativa e proiettata nel "dopo". Sul buon Pat non si discute. Prima tutti figli di Charlie Christian e Wes Montgomery, poi arriva Pat e gira pagina. Punto. Nessun contraddittorio. Ma possiamo dire che Frisell ha fatto un passettino oltre, dopo, non tanto "tecnico", ma inventando un "qualcos'altro" che ha fatto scuola anche tra attuali grandi (come Jakob Bro, targa ECM, per dirne uno, ma son davvero tanti i friselliani, oggi.....)?

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    4. Sul Duca ammeto che probabilmente è un limite mio. Mi sono riascoltato recentemente un CD con le Suites orchestrali e continuano a tediarmi. Gli riconosco importanza e magistero ma non mi piace. Preferisco tre minuti di Mingus a caso a tutta la discografia di Ellington. E poi mi finisce nella Swing Era che io non apprezzo. Non lo voglio mettere a confronto con Gershwin perchè sarebbe impietoso però talvolta un po' mi viene e scaccio il pensiero. Mingus invece è Jazz, è protesta, è composizione, è energia, è brutalità, è libertà. Prometto che ci tornerò sopra perchè devo recuperare uno scritto di qualche anno fa mai pubblicato ma lo devo riguardare.

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    5. Su Frisell ho invece buone opinioni. Rispetto a Metheny ha esplorato territori diversi con ottimi esiti. Tuttavia per me, in termini di 'storia del Jazz' è stato molto meno importante e influente di Metheny. Anche su questo a breve documenterò le mie ragioni

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  2. Eppure, dei grandi compositori della storia del Jazz, Mingus è proprio quello che incarna al meglio l'eredità Ellingtoniana (anche per me il Duca è nell'alto dei cieli, intendiamoci). Mi spiego, o perlomeno ci provo:

    Monk è il grande compositore pianistico: cellule motiviche, spazi, spigoli, forma come scultura del tempo.
    Shorter è il maestro della linea melodica compressa e ambigua, del “vuoto pieno” armonico: scrittura modernissima, fluttuante, spesso cameristica, che ha nutrito quintetti, Weather Report, fino alle recenti opere orchestrali.

    Mingus, se parliamo di scrittura e orchestrazione, è il punto in cui l’eredità di Ellington si vede (e si sente) più chiaramente. Per almeno cinque motivi:

    1) L’orchestra come “strumento” e la scrittura per persone, non per sezioni:
    Ellington, come un bravo regista che scrive il suo film pensando a un attore specifico, cuciva i brani sulla voce timbrica dei suoi (Hodges, Carney, Cootie, Hamilton). Mingus fa lo stesso: pensa a come scrive per Booker Ervin , Eric Dolphy , Pepper Adams, Jimmy Knepper. Non è un arrangiamento “anonimo”, che andrebbe bene per chiunque: è drammaturgia di timbri individuali perfettamente incastonati dentro un organismo collettivo. È la lezione ellingtoniana più profonda.

    2) Melodia + controcanto + riff: architettura polifonica “nera”
    Nell’Ellington maturo convivono canto principale, controcanti, riff di sezione e call & response d’ascendenza chiesastica/New Orleans. Mingus eredita e radicalizza: “Haitian Fight Song”, “Better Get Hit in Yo’ Soul”, “Hora Decubitus” (su Mingus Mingus Mingus Mingus Mingus) sono esempi lampanti di polifonia a strati dove il riff non è arredamento ma struttura portante, e il gospel/blues diventa architrave formale.

    3) Suite, narrazione e “tone parallels” (come li chiamava Duke)
    Ellington pensa in grandi forme (da Black, Brown and Beige a A Tone Parallel to Harlem). Mingus risponde con le sue suite: The Black Saint and the Sinner Lady (con orchestrazioni di Bob Hammer) è un vero “balletto” jazz; Let My Children Hear Music porta quella visione in chiave sinfonica; l’immane Epitaph è la summa postuma. Non sono collage: sono forme narrative dove temi, interludi, ostinati e improvvisazioni assumono ruoli drammaturgici, proprio come in Ellington.

    4) L’idea di “jazz come teatro sociale”
    Ellington mette in musica Harlem, la diaspora, l’America nera con eleganza regale. Mingus riprende quel teatro e lo rende più esplicito, satirico, politico: “Fables of Faubus”, “Goodbye Pork Pie Hat”, “Meditations on Integration”. Il gesto programmatico non si limita alla mera cornice ideologica: si fa contenuto sonoro (tempi che si spezzano, fiati che ringhiano, impasti bruniti) che racconta un mondo. È ellingtoniano nello spirito oltre che nella tecnica.

    5) Orchestrazione “a colori” e gestione dinamica
    Ellington scolpiva i colori (ottoni con sordine, legni vellutati, baritono come pedale timbrico). Mingus lavora allo stesso modo: impasti scuri, crescendo da ensemble che “urla” senza perdere coesione, uso del baritono come cardine, fiati che passano dal parlato al canto collettivo. La dinamica non è effetto: è grammatica espressiva, di chi pensa all’orchestra come un unico strumento, organico e respirante.

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  3. ho dovuto "spezzare" il commento perché troppo lungo:


    Sulla questione Radiohead: be', temo di non averli mai capiti. Limite mio? Può darsi. Troppo anodini per essere inseriti fra gli avanguardisti, privi del talento melodico necessario a fare grande pop-rock. Per me hanno rappresentato la classica via di mezzo senza grandi motivi di fascino. Certo è che a livello mainstream gli anni '90, fra fenomeni regressivi oltreoceano (grunge) e oltremanica (tutto il carrozzone del brit-pop), hanno fatto abbastanza cagare. I Radiohead forse hanno guadagnato tutto quel rispetto di pubblico e critica proprio perché incarnavano l'idea di un rock sperimentale ma non troppo, melodico ma non troppo, buono un po' per tutti. Insoma medio, piaccia o no. Certo è che la musica bella negli anni '90 c'è stata, ma non ha raggiunto le grandi masse anche per come si era frammentato il mercato discografico (dozzine di nicchie e micro-nicchie). Però, tanto per fare un nome solo (visto che siamo in un blog che parla di jazz): in un mondo più giusto negli anni '90 al posto dei Radiohead avrebbero sfondato i Morphine: ascoltate, se non lo avete mai fatto, i primi tre dischi: Good- Cure for pain - Yes, e poi ditemi.

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  4. ps: per me Black, Brown and Beige non ha nulla da invidiare alla Rapsodia in blu gershwiniana, restando in quel territorio di jazz sinfonico. Poi, un giorno, la gente riscoprirà la grandezza di un compositore come William Grant Still (sia benedetta la Naxos per tutti quei cd di compositori a lungo dimenticati o sottovalutati).

    pps: stasera me ne vado al Costanzi per The Turn of The Screw di Benjamin Britten

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    1. Nei primi anni 2000 pubblicai per 'l'opera' in 4 puntate uno studio sulla fonografia teatrale di Britten. In qualche baule devo ancora averla perchè erano riviste. Da collezionista ho tutt'ora tutte le edizioni in CD di tutte le opere (incluse operette, ballad opera e parabole) teatrali britteniane. Penso sia l'unico grande operista del secondo '900. Nel 2026 per 'Connessi all'Opera' ho in programma una puntata al mese per celebrare i 50 anni della scomparsa. Cecherò di fare del mio meglio e di averti ta i lettori.

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    2. tema Radiohead. Bravi ma sopravvalutati. Per me tra la metà degli '80 e i primi anni 2000 c'è un nome solo: David Sylvian. L'unico genio che ormai da troppo tempo ha lasciato un certo mondo ma che di tanto in tanto se ne esce con qualche collaborazione straordinaria. Uncommon Deities su tutte.

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    3. piacevolmente impressionato dal trovarci allineati sui RH e sulla "regressione" dei '90 (mio insopportabile "adagio" degli ultimi 30 anni, inascoltato se non peggio); tra i bravi però citerei la dave matthews band. Per quanto attiene sull'unico nome del socio, convengo che Sylvian sia stato un mostro di bravura (dalla discografia incostante, diciamolo, dischi pazzeschi alternati a cose strane, remix, ecc....). Però se partiamo da metà 80 e andiamo avanti di una 15na (non la nuova 15na, zozzone), invito a rivedere la discografia di Waits e Bowie.......... Bone Machine e Outside si mangiano in un boccone non certo sylvian, ma tutti gli altri messi insieme sì... Mentre su Ellington sono totalmente d'accordo con l'amato ospite, e per me basta l'attacco di piano di "take the A train" per avere una chiara idea di genio e perfezione

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    4. Chiarissimo. Intendevo che Bowie e Waits, sommi sacerdoti, sono di una generazione precedente, nati nel 47 e nel 49. Dicevo di Sylvian come vertice dei nati un decennio dopo. Figurati se discuto Bowie e Waits.

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    5. Io ci tengo a dire che non volevo buttare nel cesso tutti gli anni '90. Il fatto è che sono cresciuto con determinati suoni nelle orecchie e una determinata idea di musica nella testa...Quando, da ragazzino, ho ascoltato la musica che raggiungeva le masse negli anni '90, mi sono detto: "che è 'sta roba?"
      Crescendo leggevo di critici musicali nati anche negli anni '50 che ritenevano i '90 il miglior decennio in assoluto...E allora ho cominciato ad approfondire.
      Musica interessante e anche bellissima c'è stata nei '90, a tonnellate. Il problema è che non ha raggiunto il grande pubblico per come si era ramificato e complicato il mercato discografico.
      Il punto è: al netto del numero di cose interessanti uscite in un determinato decennio, se quello che resta nella memoria collettiva sono il grunge da una parte e gli Oasis dall'altra, allora c'è un problema.
      Fermo restando che anche nei decenni precedenti molti capolavori restavano nell'oscurità...Ma almeno la qualità emergeva.
      Comunque amo molto Sylvian ma non lo reputo l'unico artista geniale venuto fuori in quegli anni.

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    6. Dimenticavo: Bone Machine discone. Su Outside...Boh, non l'ho mai amato. Bowie è sempre stato geniale nel cavalcare l'onda e far confluire le tendenze più alla moda nel "suo" stile...Però secondo me a un certo punto ha un po' perso la forza dell'ispirazione. Ad esempio, in Outside guardava ai Nine Inch Nails e al Downward spiral uscito l'anno precedente...Ecco, pur considerando Bowie un artista di gran lunga superiore a Reznor, per me Downward Spiral era su un altro pianeta rispetto a Outside.
      E nel successivo Earthling scomoderà addirittura Goldie e Roni Size, sconfinando nel drum 'n' bass...
      Un po' come in Black Star inseguiva le ultime cose di Scott Walker (che per me era un gigante). Però ecco, sarà anche una questione di affinità elettive, però Black Star, pur nel suo essere derivativo, mi è piaciuto come nessun album bowiano mi era piaciuto dai tempi di Scary Monsters.

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  5. per il socio: vero, generazione precedente, ma è innegabile che tra gli '80 ed i '90 abbiano fatto, soprattutto waits, opere totalmente innovative che hanno portato la forma canzone al suo estremo e distruggente (e struggente) sviluppo. Non l'hanno fatto prima, perché non potrebbero averlo fatto prima, ed è un dato. Così come il (da te follemente non amato ;) ) creuza de mà è dell'84, e non potrebbe essere del 74, assolutamente. Anche se Faber incideva da vent'anni. Per l'amato ospite: vero che Bowie in quegli anni inseguiva le mode, avendo smesso di crearle, l'ho sempre pensato anch'io......ma, dio bono, le "bowiezzava", eccome. In modo che alcuni dischi (per me ad esempio Heaten) rimangono ancor oggi fondamentali. Ho citato Outside come estremo di un certo discorso, ma anche per me non è il più bello. Su blackstar nessuno di noi riuscirà mai a sciogliersi emotivamente dal momento e dall'inelaborabile lutto, ammettiamolo. Posso solo dire che a me pare un discone enorme, assoluto. Ma chissà

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  6. Devo fare ammenda. E precisare: Sylvian è l'unico veramente geniale che conosco io. Purtroppo non riesco ad ascoltare e seguire tutto ciò che vorrei e in questi ultimi 40 anni ho dedicato molto più tempo all'Opera, alla classica strumentale e vocale non teatrale e al Jazz. Quindi in sostanza su pop e avantgarde sono un pochino ignorantello

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    1. io mi ci son dedicato con attenzione e passione e.......comunque i nomi che hanno fatto grandissime cose, per la maggior parte, sono appartenenti alle generazioni precedenti (vedi appunto Bowie e Waits, ma ultimamente ha fatto cose egregie, per dire, anche Iggy Pop....tipo "Free", disco che ti piacerebbe)

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    2. Occhio però alle fonti: la stampa italiana ad esempio dei '90, nel suo disperante provincialismo, ha promosso soprattutto i fenomeni più regressivi.
      E lo dico senza alcun attaccamento generazionale, avendo scoperto tutto ben più tardi.
      Ma non voglio andare troppo off topic visto che parliamo di jazz

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    3. Poi intendiamoci, io penso che tutto segua un suo ciclo, quindi che certe spinte propulsive si esauriscano o si attenuino è fisiologico. Infatti non capisco la gente che continua a cercare novità nel Rock, ma lasciamo perdere...

      Penso anche che il fattore geografico e quello generazionale siano filtri molto potenti dai quali è molto difficile prescindere...

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    4. ogni cosa ha una nascita, uno sviluppo, un apice e una fine: io sostengo che dai novanta è iniziata a scomparire la qualità di massa, lasciando la roba bella a varie nicchie e lammerda (sempre piùmmerda) alle masse, rincoglionendole. Ma questa è un'estrema sintesi, troppo sintesi, ma devo andare.....ci torneremo. Ma fino agli '80 s'è cresciuto (anche tra le masse), poi s'è iniziato a scollinare, tanto da posizionare jovanotti e la disarmante "scuola romana" (Gazzè, Fabi e compagnia imbarazzante) là dove c'erano i grandi cantautori..........

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    5. Eh,..difficile non concordare. Forse con Gianmaria Testa e Vinicio Capossela (prima che iniziasse a fare il verso al secondo Ton Waits, pur producendo un ottimo Canzoni a Manovella) e forse qualche intuizione di Bersani si chiude tristemente la stagione della canzone d'autore italiana. Però qui bisognerebbe aprire un altro blog🤔

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    6. FullG: se la tua lettura è quella allora siamo perfettamente in linea (anche se, a ben vedere, i prodromi di quello che succederà nei '90 si sono manifestati proprio negli '80, ovvero grandi artisti rimasti di culto è porcherie che raggiungevano le masse... Però, sì, la qualità di massa negli '80 c'era ancora. Però hai ragione, discorso troppo lungo e complesso, e non so nemmeno se sia giusto portarlo avanti in questa sede

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    7. sulla canzone d'autore si dovrà assolutamente approfondire.....anche perché ritengo che dagli anni 60 (forse anche fine 50) ai primi ottanta noi sabbia avuto la scuola cantautorale più importante del mondo (iperbolel? credo di no). All'amabile socio: un solo punto...certo, porcheria negli eighties, a gogò, ma quando dico qualità di massa dico dischi come la voce del padrone di battiato o don Giovanni di battisti che vendono un botto di copie. Oggi non li pubblicherebbero neanche....

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    8. anzi, a monte: non li produrrebbero neanche

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    9. ovvio che là sopra è un "s'abbia" e non s'abbia (non riesco a correggerlo ).....

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  7. leggo ora tutti i vostri interessanti spunti dell oltre jazz a cornice di questo post e voglio innanzitutto associarmi con voi sui radiohead in quanto innovatori del nulla ....buon gusto e poco piu..... ma vorrei focalizzarmi sul punto dove si diceva che bowie guardava a reznor o a roni size e vorrei umilmente aiutarvi nel trovare la risposta di cosa ha marchiato gli anni 90 dando ai suddetti la vera cifra di autenticità....e a mio parere è stata appunto quella roba li dove artisti di generazioni precedenti guardavano...... aphex e autechre pionieri dell IDM..... theo parrish moodyman craig derrick may per quanto riguarda il mondo detroit/chicago per tornare ai citati goldie e roni size aggiungerei anche photek per quanto riguarda la dn'b per finire a quel strepitoso capolavoro di cut n'paste che è il primo lp di dj shadow che poi ha aperto la strada a quel genio che è stato jdilla..... ecco questi sono gli anni 90 e supportati anche da un numero di copie vendute inimmaginabili oggi e la loro massima espressione di qualita /arrivo alle masse la si è espressa con NIN portishead byork PJ harvey Pavemnt Mogwai.....dai mica male se ci si pensa.... e non di certo con pearl jammers e britpoppers.
    concludendo mi permetto di dire che gli anni 90 sono stati molto meglio di quello che si pensa e basta capire che non bisogna cercare in loro gli 80 per trovarne l essenza

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