gli unici 3 giganti a cavallo del millennio: Keiith Jarrett



 JARRETT/METHENY/MEHLDAU

LA TRIMURTI DELL’ULTIMO MEZZO SECOLO

Seconda puntata. Jarrett


Non si scopre l’acqua calda. Che Jarrett rappresenti una delle poche vette del Jazz dell’ultimo mezzo secolo credo sia abbastanza inconfutabile. Poi naturalmente si accettano considerazioni controcorrente (purchè documentate e non frutto di sensazioni epidermiche).

Le ragioni che collocano Jarrett sul podio sono a mio modo di vedere molteplici. Le sintetizzo per punti:

1. Ha rivoluzionato totalmente il modo di approcciare la performance live al pianoforte solo. Si potranno non amare le sue intemperanze, si potrà ammettere che quei mugolii che accompagnano l’esecuzione possano generare irritazione, ma non si può discutere che abbia portato qualcosa di completamente nuovo e di suprema qualità.

2. Se non ha rivoluzionato il trio con pianoforte, sicuramente ha compiuto un passo verso qualcosa di diverso da quello che fino ad allora era IL TRIO, vale a dire Bill Evans e altri due (sulla vetta Scott La Faro e Paul Motian).

3. Ha esplorato corraggiosamente territori di confine, da solo o con formazioni allargate, suonando anche percussioni, flauti saxofoni e quant’altro.

4. Ha dimostrato che il legame con la musica ‘classica’ per un pianista Jazz è di fondamentale importanza. In realtà lo aveva già fatto in parte Gulda. Ma in tal senso Jarrett (e, come vederemo, Mehldau) lo ha espanso e sottolineato. Come esecutore e compositore.

Tutto questo in un contesto di grande coerenza, seppur nella proteiformità discografica che testimonia quanto sopra. E’ vero che il Jazz è estemporaneità e pertanto ciò che vola nell’aria una sera finisce per fare un altro giro la sera successiva. Tuttavia a sancire le ragioni dell’arte di un jazzista ci sono i dischi che, nel caso di Jarrett, testimoniano molto spesso le esibizioni live. Proviamo pertanto a formulare qualche considerazione mantenendo lo schema di partenza.

IL PIANOFORTE SOLO

L’avventura inizia in studio con Facing You (ECM, 1971). Per molti si tratta di un disco epocale. In effetti ha numerosissimi spunti di interesse, tuttavia, a mio modesto avviso, l’epocale arriva poco dopo, nel 1973 con Bremen/Lausanne, un lavoro live che documenta due concerti tenuti nelle rispettive città germanica ed elvetica. Tra l’altro, curiosamente, Brema è la città dei Musicanti, e qui la musica non si fa desiderare.

Io nel ‘73 avevo 10 anni e giocavo con le macchinine (ma ascoltavo anche un po’ Battisti e Beethoven). Tuttavia, pur senza la mia partecipazione emotiva, in quel ‘73 succedeva qualcosa di inaudito. Jarrett dava inizio ai suoi rituali sciamanici che partivano da una cellula musicale per espandersi in un macrocosmo di sensazioni che sfruttavano ogni possibilità timbrica, armonica, melodica e percussiva dello strumento. Naturalmente l’esperienza del jazz elettrico davisiana, pur in un contesto totalmente acustico, si avvertiva nelle ombre di rock-blues che si facevano incalzanti, negli ostinati pedali oscuri. Al contempo le zampillanti cascate di trentaduesimi in acuto ricordavano gli impressionismi raveliani e debussyani, sancendo un ferreo legame tra musica colta e popolare.

Furono gli anni del celeberrimo concerto di Colonia, del meraviglioso e orgiastico disco di Bregenz, dei cinque CD giapponesi, sempre col fido Manfred Eicher, patron di ECM, a registrare ogni nota del nostro e a metterla in cantina a stagionare, scegliendo poi il momento giusto per la pubblicazione.

Non essendo questo articolo la sede per una disamina point to point della discografia pianistica jarrettiana mi limito a dire che negli anni successivi, con un certa regolarità, si sono aggiunti numerosi capitoli (alcune vette: Paris Concert, Vienna, La Scala, Rio) a formare un mosaico caleidoscopico con un susseguirsi di epifanie. L’ultimo periodo (piuttosto lungo in verità) si è caratterizzato per le incursioni più frequenti nella musica atonale di stampo maggiormente espressionistico e più insistente sulle zone d’ombra, con stringhe improvvisative più brevi e più variate. Con un nodo alla gola, l’avventura si interrompe bruscamente con le sei esibizioni del 2016 per l’improvviso ictus cerebri. Quattro di queste sono già state pubblicate, sempre con ECM: Munich, Budapest, Bordeaux, New Vienna. Restiamo in paziente e fiduciosa attesa. 


TRII/QUARTETTI

L’avventura jarrettiana come bandleader di trio/quartetto è classicamente divisa in tre

a) l’American (o First) trio/quartet in sodalizio con Charlie Haden, Paul Motian e, quando la formazione si allargava a quattro, il tenorsassofonista Dewey Redman. E’ curioso notare che, essendo il presente un lavoro votato a sostenere una sorta di Trimurti che affianca Jarrett a Metheny e Mehldau, la figura di Charlie Haden fa da tangente ai tre vertici avendo collaborato con Jarrett (in questi ‘american’ album nonché nei più recenti eccezionali dischi in duo Jasmine e Last Dance), con Metheny nelle registrazioni con Ornette Coleman, nell’album 80/81, in cui militava anche Redman e nell’intimo Short Stories beyond the Missoury Sky, e infine con Mehldau nell’unico intenso disco in duo Long Ago and Far Away. Traiettorie curiose e non casuali. Le intersezioni riguardano anche Paul Motian (membro del più grande e già citato trio di Evans) che suona con Mehldau e Haden in due registrazioni con il grande Lee Konitz. Le registrazioni di questa formazione jarrettiana vanno dal ‘67 al ‘76. 

b) lo European Quartet (anche detto Scandinavian) con il carismatico saxofonista Jan Garbarek e i compianti Palle Danielsson (contrabbasso) e Jon Christensen (Batteria,)che tra il 1974 e il 1979 incide 5 interessantissimi album con ECM (Belonging, My Song, Sleeper, Personal Mountain e Nude Ants)

c) il celeberrimo Standard Trio, con Gary Peacock al contrabbasso e Jack De Johnette alla batteria, che produce 21 album (tutti ECM) registrati tra il 1983 e il 2009. Formato in un momento più maturo della carriera è con questa formazione che Jarrett definisce la sua concezione del trio. Un contenitore musicale che, partendo sovente (ma non sempre) dagli standards, apre a divagazioni ora più libere ora più tradizionali, giungendo a livelli di interplay verosimilmente mai raggiunti da un trio jazz.  Nello standard trio Jarrett trova un livello di equilibrio altissimo, forse oltre le nuvole delle montagne più elevate. Ciò detto, e non sembri una contraddizione, raramente ascolto i dischi di questo trio. E’ una questione di sensibilità personale che mi fa avvertire quella mancanza di ‘canto’ che, ad esempio, trovo molto più spesso nei trii di Mehldau. 


ALTRE ESPERIENZE

Artista curioso e continuamente in ricerca, Jarrett si è cimentato in una serie di avventure che vanno dalla composizione orchestrale (ben sei dischi ECM, spesso con l’orchestra della Radio di Stoccarda e vari direttori) ad esperienze improvvisative all’organo o clavicembalo oppure alle prese con una moltitudine di strumenti. 

Sul versante compositivo Jarrett non raggiunge le vette del pianismo solista e del trio. Siamo abbastanza distanti dai grandi compositori del Jazz (Ellington, Monk, Mingus, Shorter, Holland, Metheny, Mehldau, altri che ora non mi vengono in mente). Sono tuttavia queste variegazioni di una personalità multipla e di una straripante creatività che meritano attenzione. Non mi voglio dilungare in questa sede ma prometto (quando ne avrò il tempo) di dedicare un’articolo a questa produzione.


ESECUTORE E INTERPRETE  DI MUSICA CLASSICA 

Ammetto di avere sul pianoforte la foto autografata con dedica di Maurizio Pollini e ho sempre l’impressione che quando strimpello malamente qualche nota lui mi guardi di traverso.

I rapporti tra musica classica e Jazz sono complicati e pochissimi sono gli artisti che hanno dato buoni esiti in entrambi i terreni.  Sento il dovere di precisare che per rapporti tra Classica (sarebbe preferibile definirla Eurocolta ma è per intenderci) e Jazz non intendo mettere la batteria e il basso alla Quinta di Beethoven. Quelle sono delle sonore porcate (scusandomi con il maiale) che non meritano altri commenti e che mi provocano l’orticaria. 

Metterle insieme è straordinariamente complicato e chi è appassionato di entrambi i generi lo sa bene. Gli esiti più interessanti in tal senso sono a mio avviso i due dischi After Bach I e II, e Aprés Faure di Mehldau, sui quali mi dilungherò un poco quando affronteremo la musica di Brad.

Invece, il caso di musicisti prevalentemente Jazz che hanno interpretato capisaldi della musica classica (non improvvisandoci sopra) è piuttosto raro. In primis perché devi essere capace. Devi infatti avere una preparazione classica a tal punto seria da poter affrontare repertori in cui gli errori e le divagazioni non sono concessi. E’ il caso ad esmpio di Stefano Bollani (dotatissimo pianista che io amo poco nella sua veste jazzistica, ma qui è proprio questione di gusti personali e il limite è sicuramente mio che non so trovare profondità nelle sue improvvisazioni) che mi ha sorpreso eseguendo prima Gershwin e successivamente Ravel con la Filarmonica della Scala nella sala del Piermarini sotto la direzione di Chailly con esiti interessanti. Vi sono poi alcuni interpreti classici, come Friederich Gulda, che hanno fatto incursioni decorose nel Jazz ma nulla più.

Jarrett ha invece affrontato in qualità di interprete e di esecutore il repertorio classico in più occasioni, suonando al piano o al cembalo Bach, Haendel, Mozart, Barber, Shostakovich. Letture ed esecuzioni dignitose, che non fanno gridare al miracolo ma nemmeno allo scandalo. Jarrett è un musicista serio che affronta repertori coraggiosissimi (Il clavicembalo ben temperato) in cui si sono espressi i massimi pianisti di sempre senza sfigurare. Non saranno dischi epocali e io non li suggerirei a chi non ha nemmeno un’edizione nello scaffale di quelle opere ma in una discoteca un po’ più maniacale rappresentano più di una curiosità. E’ un po’ lo stesso discorso del disco raveliano di Bollani. Io ce l’ho e me lo tengo volentieri. Ho invece regalato a qualcuno che mi stava antipatico la Tosca cantata da Bocelli, esempio di come si possa partecipare ad operazioni a dir poco imbarazzanti.


CONCLUSIONI

La figura di Jarrett negli ultimi 50 anni si staglia come quella di un gigante con pochi eguali.

Citando Alyn Shipton sottolineo che ‘il corpus dei concerti solistici di Jarrett rimane unico. Nessun altro pianista ha mai esplorato altrettanto a fondo la possibilità di improvvisare composizioni così estese, affidandosi, almeno in parte, a processi di pensiero nascosti o subconsci’.

E, come diceva Peppino in un celebre film con l’immenso Totò, ‘Ho detto tutto’.

Buon Interplay e alla prossima con Metheny.   


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